Yoga e bisogni speciali: Santosha, il sorriso nella tempesta

"La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia" - Gandhi


Rubrica Yoga e bisogni speciali - Dal Convegno AIYB Yoga 2020 - "Santosha, the way to happyness" intervento di Elena De Donato

ACCETTAZIONE, LA STAGIONE DI UNA VITA INTERA

"In questo periodo di emergenza e di grande chiusura, le stagioni ci aiutano a rimanere sintonizzati con il nostro corpo (...) Per non dimenticarci del tempo che scorre, dell'ambiente che si modifica e rimanere ancorati alla realtà" - Introduzione alle lezioni autunnali ottobre 2020 - Elena De Donato


Ci sono stagioni del corpo e stagioni dell'anima. E mai come in questo difficile periodo di privazioni e incertezza, di profondo dolore per alcuni e di smarrimento per altri, la memoria delle famiglie con persone fragili torna agli esordi, alle fatiche e alla sofferenza portata dalla disabilità ancor più se in presenza di pesanti ospedalizzazioni. Pur nell'amore e nella piena accoglienza, il CAMMINO DI ACCETTAZIONE di una vita che cambia per venire incontro ai bisogni speciali, non è per nulla scontato neppure per chi crede di averlo già percorso a pieno e di essere già arrivato. In realtà quello dell'accettazione è un cammino che continua a rinnovarsi e ad articolarsi lungo tutto il corso della vita. Solo prendendo davvero coscienza di questo, si può pensare di essere sulla giusta strada, al di là di ogni presunzione. Per questo cammino, infatti, NON CI SONO FORMULE definitive, non ci sono regole, solo tracce lasciate dall'esperienza personale e a volte da chi è un pò più avanti di noi in questa strada, sebbene alla fine ognuno in definitiva si trovi a fare i conti con la propria soggettività.

L'accettazione non è un tasto on/off su cui premere, portando i conti della vita a parificarsi. E anche se lo fosse, il problema non si esaurirebbe nella consapevolezza dell'accettazione, perché la vita nella disabilità porta fragilità nell'esistenza di tutti coloro che ne sono coinvolti. Una fragilità che nonostante sia opportunità di crescita e ricchezza, non può essere sottovalutata nei suoi pesi.


LE MILLE FACCE DELL'ACCETTAZIONE

Ridurre l'accettazione ad un mero comando e semplice rassegnazione, non è realistico poiché essa è tutt'altro che automatica: L'ACCETTAZIONE E' UN PROCESSO MOLTO COMPLESSO e dalle mille sfaccettature; anche quando si pensa di averle individuate e fissate tutte smarcandole una ad una nel proprio vissuto, la vita ne fa sempre emergere delle nuove. Rispetto ai bisogni speciali, lasciar andare l'idea la persona sana o la genitorialità e il futuro che si pensava di avere con un figlio sano, è sicuramente il primo scoglio da superare; uno scoglio anche per chi si è da sempre preparato all'eventualità di accogliere la disabilità e ancor più quando essa porta con sé dolore fisico o emotivo nella persona, poiché alla sofferenza dei fragili non ci si può mai rassegnare o arrendere.

Una volta lasciata andare l'idea di salute e normalità, fugata la minaccia per la vita e il dolore, c'è poi l'accettazione di tutta una successione di negazioni che costellano il cambio di aspettativa. Una persona o un figlio disabile non sarà mai, non avrà mai, non sperimenterà, non farà, non diventerà mai tutta una serie di cose rispetto al futuro e alla continuità della vita che ogni famiglia si è immaginata da generazioni; qualunque gradazione rispetto a questa delusione non è comunque mai indolore, per tutta la comunità famigliare.

Superato anche questo, rimangono da affrontare tutte le fatiche e le rinunce che accompagnano il caregiving "OGNI GIORNO, PER 24 ORE AL GIORNO, PER TUTTA LA VITA": un logorio portato non solo dall'entità ma anche dalla durata dei sacrifici e delle fatiche famigliari; questo comporta un lavoro di accettazione quotidiano continuo, come se si ricominciasse da capo ogni giorno.


YOGA E ACCETTAZIONE: SANTOSHA PREREQUISITO TRA I PREREQUISITI

"La vita è una serie di cambiamenti naturali e spontanei. Non opporre loro resistenza, questo crea solo dolore. Lascia che la realtà sia la realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente" - Lao Tsu


In tutto questo quadro, lo yoga e la saggezza orientale in quanto conoscenze su base esperienziale, non danno ricette o consigli ma invitano a percorrere con UMILTA' e ASSENZA DI GIUDIZIO il cammino della CONSAPEVOLEZZA che guida la persona in una CONTINUA RICERCA DI ACCETTAZIONE, in ASSOLUTA LIBERTA' e RISPETTO dei tempi individuali e della persona. Questo non è solo il riconoscimento di un libero arbitrio personale, ma la legittimazione di qualunque cammino individuale e di qualunque margine di miglioramento si abbia ancora davanti, purché se ne sia consapevoli. Nell'ashtanga yoga, gli otto passi dello yoga verso la liberazione, si trovano i dieci prerequisiti del cammino di consapevolezza individuale divisi in cinque osservanze e cinque astensioni; al secondo posto di questi, subito dopo Saucha la purezza, si trova Santosha che letteralmente significa 'accontentarsi'; da questo si declina l'accettazione con gioia e la gratitudine per la vita.

SANTOSHA ATTITUDINE MENTALE

"Non esiste un cammino verso la felicità, la felicità è la via" - Buddha


L'accettazione, dunque, ci viene suggerito dallo yoga essere prima di tutto un'attitudine mentale; a guardare a ciò che c'è, più che a guardare ciò che manca, a pensare il bicchiere mezzo pieno, anziché mezzo vuoto, a cercare le abilità nascoste, a sviluppare le residue, più che a rilevare le compromissioni. A concentrarsi sul cammino, piuttosto che sull'obiettivo. E tutto questo in nome dell'integrità della persona, del suo valore, della perfezione innata di ogni individuo così com'è al di là della disabilità. Lo yoga ci invita a cogliere il senso di FELICITA' INNATA che è dentro ognuno di noi e nella nostra esistenza. Ci invita perciò a tornare all'ESSENZIALITA', a togliere anziché aggiungere, a riscoprire chi siamo tornando a contatto con noi stessi spogliandoci di tutte le aspettative. E una volta tornati alla realtà di ciò che è, lo yoga ci propone di cambiare punto di vista per guardare le cose da un altra prospettiva. Ci propone in sostanza di usare il pensiero laterale, di utilizzare il nostro emisfero destro, quello creativo, per cogliere la "bellezza collaterale" che è in ogni cosa disabilità compresa.

SANTOSHA PREDISPOSIZIONE D'ANIMO

"La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia" - Gandhi


Seguendo questo cammino, l'attitudine mentale a guardare la realtà per ciò che è anziché per ciò che manca, si trasforma man mano in una predisposizione d'animo alla gioia e gratitudine per ciò che abbiamo e per la vita stessa. Questa gioia è un SIGILLO fondamentale, la cui espressione è il sorriso. Il sorriso è il segno più tangibile della gioia di vivere anche nelle difficoltà: BALLARE SOTTO LA PIOGGIA, SORRIDERE NELLA TEMPESTA. Perché così è la vita, una serie di accadimenti che noi crediamo di poter controllare e che invece solo per una minima parte dipendono davvero da noi.

QUALI SONO LE MINE AL SANTOSHA PENSIERO?

Fino a questo punto, tutto ancora ci può sembrare logico e perseguibile. Ma alla complessità dell'animo umano le ragioni della logica spesso non bastano. Oltre ai condizionamenti culturali e sociali, interferiscono con questo cammino altri fattori legati al carattere e all'attitudine personali. Il senso di PERFEZIONE, spesso porta a desiderare sempre di più, a volere sempre Il meglio fino anche ad arrivare ad un "meglio nemico del bene". L'ansia e il moto interiore verso il miglioramento infinito anche nella riabilitazione, possono diventare un'ossessione che porta all'accanimento. Una dinamica che porta lontani dal bisogno reale, nel predominio di desiderio e volontà che non si placa e che vede nel limite solo un ostacolo da abbattere, mai un confine entro cui stare. Una fame di miglioramento che in realtà nasconde una fame di altro...di accoglienza, di contenimento, di bene. Altro dolorosissimo capitolo è il CONFRONTO CON GLI ALTRI, anche nella disabilità. Una specie di guerra tra i poveri, tra chi è quel passetto avanti, chi è meno grave, chi ha avuto più fortuna a scuola o in ospedale, chi ha ricevuto il trattamento migliore e via discorrendo. E così anche una buona rete, può trasformarsi in una dannazione dalla quale l'unico modo per uscire diventa isolarsi perdendo però il beneficio dello scambio.

LE COMPONENTI DELL'ACCETTAZIONE

Astenersi da queste attitudini mentali, sembra facile a dirsi, ma molto difficile da realizzare soprattutto quando ci si trova soli senza sostegno e solidarietà. Perché il dolore, il lavoro e la fatica, i disorientamento e la difficoltà a lasciare andare sono componenti fisiologiche si, ma anche molto complesse nell'accettazione. In un cammino consapevole, in cui si prova a rimanere nel problema senza scappare cercando rifugio nell'evasione, nell'oblio o nella rimozione, il TEMPO LENISCE E GUARISCE MAN MANO. Il tempo ci aiuta quando è ancora tutto alla nostra portata emotiva. Ma cosa succede quando invece veniamo travolti da qualcosa che è al di là della nostra capacità di accoglienza, quando il dolore è troppo per essere accettato anche nel tempo?

ll dolore non è mai uguale a sé stesso, diceva il Buddha a proposito degli anni dedicati a studiare la sofferenza concludendo che essa è ridicibile ma inevitabile; se si riesce a stare nel dolore ascoltandolo, si scopre che esso è "IMPERMANENTE" ossia che cambia: nell'intensità e nella tipologia. Ed è grazie a questa impermanenza che ci è data la capacità di sopportarlo e di liberarcene. L'ACCETTAZIONE COMPORTA SEMPRE UNA COMPONENTE DI DOLORE, SIA ESSO ANCHE SOLO FRUSTRAZIONE O STRESS. Dal più piccolo contrattempo quotidiano al più grande cambiamento di vita, così come anche un semplice cambio di idea, una contraddizione o una dissonanza cognitiva, portano sempre con sé una dose di sofferenza e fatica.

QUANDO CIO' CHE E' DA ACCETTARE E' TROPPO: IL DOLORE TRAUMATICO

"Quando si è di fronte ad una perdita, quello su cui bisogna lavorare è il passaggio dalla percezione di 'fine del mondo' alla 'fine di un mondo' " - Fulvio Scaparro


Quando sofferenze, fatica e dolore sono troppo grandi per essere sopportate dal corpo o dalla nostra capacità emotiva, il cervello mette in atto le sue strategie difensive. E come nella DANZA DI SHIVA TANDAVA che realizza le TRE COMPONENTI DEL DIVENIRE DELL'UNIVERSO, creazione, distruzione, ricostruzione, così anche la nostra mente attraversa la tempesta secondo una trama precisa: le famose CINQUE FASI DI RIELABORAZIONE DEL DOLORE.

- CHOC - Questa prima è la fase più delicata, perché contiene il traumatismo legato al dolore. E' la fase del FREEZING, della paralisi legata allo spiazzamento creato dall'evento che rompe l'ordine delle cose cui siamo abituati o che rompe con i nostri convincimenti fino a sradicare pilastri profondi nella nostra vita. Quando il dolore e la sofferenza sono massimi, la mente nega l'accaduto, non vuole prendere coscienza della realtà perché non ce la a sopportarla. La NEGAZIONE, così come il freezing in misura minore, appartengono ad un meccanismo dissociativo. IL NON VOLER VEDERE, SCAPPARE, EVADERE, sono una reazione difensiva SANA al traumatismo. Sono ciò che protegge la nostra mente dall'impazzire per il dolore, lasciando in essa danni irreversibili. Per quanto strano ci possa sembrare, questi diversi livelli di stato dissociativo sono sani e protettivi.


- RABBIA - Questa seconda fase, cui alcuni arrivano direttamente senza passare dalla prima, è sempre all'insegna di un atteggiamento conservativo del corpo e della mente, ma non è già più paralisi, è un movimento delle emozioni e del corpo che rendono la persona attiva e non passiva come nella prima fase. Sebbene la rabbia possa sfuggire di mano e incanalarsi negativamente, essa è un moto interiore che coinvolge il corpo togliendolo dal suo stato dissociativo.


- DISPERAZIONE - Questa terza fase è segno di una PRIMA PRESA DI COSCIENZA, di una prima capacità di stare nel dolore. La disperazione è la presa d'atto dello scardinamento delle nostre priorità, delle nostre aspettative, è il momento in cui facciamo entrare la realtà dei fatti davvero dentro di noi. E la fase del panico, della paura, del dolore acuto percepito a tutti i livelli dell'esistenza. L'apice avviene quando in questo stato si tocca il fondo della sofferenza. A questo livello il buon senso direbbe che non si può che risalire. Ma ci sono possono essere dei fattori disturbanti per la risalita e predisponenti alla depressione, ad inchiodare sul fondo: il SENSO DI COLPA (del sopravvissuto, del genitore che ha desiderato concepire il figlio poi nato "per soffrire", dell'aver/non aver potuto evitare la tragedia, della rabbia provata per la causa della tragedia etcc...) e la VERGOGNA (per ciò che ci mette in uno stato di svantaggio e ci conferisce una perdita di posizione sociale o valoriale, per ciò che ci rende fragili, vulnerabili e inermi, sprovvisti di tutto ciò che nella vita abbiamo accumulato per contrastare o nascondere le nostre debolezze). Questi fattori rendono più difficile la rielaborare e mettono a rischio la risalita perché implicano fattori cognitivi e culturali in contrasto con il processo adattivo che impediscono alla persona sia di evolvere come di chiedere aiuto.


- RASSEGNAZIONE/ACCETTAZIONE - A questo livello sembrerebbe di approdare come ad una liberazione dopo le sofferenze precedenti, se non fosse per il fatto che anche questa fase è molto delicata e il suo buon fine dipende da due fattori fondamentali: il PERDONO e la COMPASSIONE verso di sé. Perdonare a sé stessi ciò per cui ci si sente in colpa o si dà la colpa e soprattutto avere compassione verso di sé in quanto umani e di permettere a sé stessi di CHIEDERE AIUTO quando quando ci si accorge di non riuscire a farcela da soli. Sembra banale a dirsi, ma tutt'altro che facile da realizzare soprattutto in persone che hanno un alto senso critico e auto-critico.


- RIELABORAZIONE/RICOSTRUZIONE - Questa fase finale è la vera e propria fase riparativa, in cui si realizza la GUARIGIONE attraverso lo spostamento delle energie verso un nuovo progetto o l'adeguamento del progetto in essere. Siamo alla fase ADATTIVA, quella TRASFORMATIVA, in cui avviene il vero e proprio cambiamento che consentirà di raggiungere un nuovo equilibrio. E' qui che entrano in gioco tutti i fattori di cui parla lo yoga: l'essenzialità, il pensiero laterale, la gioia e gratitudine, il sorriso.


"Quando lascio andare ciò che sono, divento ciò che potrei essere" - Lao Tsu


In tutto questo percorso, la saggezza orientale ci viene incontro suggerendoci che più alte sono le nostre aspettative maggiore sarà la nostra sofferenza al passaggio dalle prime quattro fasi e più difficile diventa adattarsi alla realtà della vita. Viceversa, saremo in grado di affrontare meglio i cambiamenti, accontentandoci delle piccole cose e scoprendo l'innata forza ed energia che tutti abbiamo energia autentica essenziale che ci accompagna e grazie ala quale possiamo dare il meglio di noi stessi con un "sorriso nella tempesta".


Buon cammino e buona vita nel sorriso a tutti !


a cura di Elena De Donato

Filosofia, psicopedagogia, Insegnante e formatrice Yoga

Università degli studi di Milano, Yoga Ratna metodo Gabriella Cella, Yoga Gravidanza e post partum metodo Yoga in fascia®️, Yoga for the Special Child©️, GiocaYoga®️, Somatic Competence®️Yoga Teacher

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